Disamina della TERAPIA INTENSIVA: storia tragico comica di una dis-avventura cardiaca in un noto ospedale fiorentino
Per considerare che la vita è una sola, devi prima trovarti nella condizione di perderla. Così, può capitare, da un momento a un altro, senza essere preparato all'idea.
Ti trovi improvvisamente su di un'ambulanza che ti porta a sirene spiegate all'ospedale, mentre tu pensi "Ci arriverò all'ospedale? Ma cosa sono queste facce finto-rassicuranti degli operatori del 118, devo morire? Forse sì. Pazienza. Ma che pazienza e pazienza, vorrei continuare a vivere. Beh vediamo cosa succede...ma il gatto, sarà rimasto chiuso fuori?"
Secondo le disposizioni correnti, l'ambulanza arriva direttamente in emodinamica, senza passare dal pronto soccorso (questo per ovvi motivi, poichè ogni minuto è prezioso): ma se emodinamica è chiusa? Improperi ### degli operatori: come è possibile? Sapevano che saremmo arrivati: è un codice rosso! Ma emodinamica non si apre da sola. Decidono allora di passare dal pronto soccorso, mentre tu pensi che la storia di emodinamica-chiusa non ti è proprio piaciuta un granchè.
Finalmente arrivi nel fantomatico reparto e....che importa se il tempo stringe... c'è l'omino del tampone! Quindi, di corsa in sala operatoria; senza l'esito del tampone per operarti serve il look spaziale ultra protettivo. Mentre ti opera la dottoressa si lamenta che con la visiera non ci vede bene... acc. pensi, che la fortuna ci assista! Continua a lamentarsi della visiera; nel frattempo la vena viene liberata e impiantato lo stent. “Ricontrolliamo, per sicurezza”: la dottoressa è pignola, nonostante i problemi con la visiera. Tutto a posto. Speriamo, pensi tu.
Ma soprattutto speriamo di essere negativa al tampone: infatti gli infermieri parlottano tra di loro, palesando questa speranza "almeno può andare in terapia intensiva". Tu riesci a sentire e pensi: perchè altrimenti dove mi mettono, nel surgelatore, nel forno, in mezzo alla strada? Arriva il referto: negativo! Tutti tirano un sospiro di sollievo (soprattutto io) e si prende la via della terapia intensiva dove vieni immediatamente ricoverato.
Che dottore ti ha operato? Chiedono gli infermieri mentre mi mettono cannule ed elettrodi. Rispondo con il cognome (il nome non ricordo) e aggiungo che è stata brava: sììì, in coro gli infermieri, hai avuto fortuna fosse di turno lei!
Ecco. La cosa sta diventando inquietante. Altrimenti gli altri? Potevo finire sotto i ferri del dottor House, appena fatto di Vicodin?
Comunque ormai sei lì; uno stanzone con una ventina di posti letto, qualche tenda che non preclude la vista degli altri pazienti, monitor che ogni spesso impazziscono ed emanano suoni preoccupanti. Mi ricordo di essere stata lì a trovare mio padre, una decina di anni addietro, quando ancora si poteva essere confortati da parenti e amici. Non avrei mai pensato di doverne seguire le orme. Mi chiedono se ho bisogno di morfina: qui siamo pieni di droghe, affermano ridendo. No grazie, dico pensando allo spleen dei poeti maledetti; il dolore è sopportabile.
E’ sera ormai, tutti hanno già mangiato, preso le medicine, controllate febbre e pressione e si sta per dormire. Dormire?! Aspettativa impossibile. C’è Fernando che si lamenta, gli infermieri che chiacchierano, i monitor che suonano, ma soprattutto Ugo, il mitico Ugo, che ha problemi col catetere e dice continuamente di voler tornare a casa. “Ugo sai dove siamo? Che giorno è oggi?”, ma Ugo non desiste, cambia registro e dice che vuole andare a ballare. Ed ecco che a notte fonda, ti penti di non aver accettato droghe. Sei lì, sveglio, con gli occhi spalancati, che pensi e ripensi e comunque sei grato di essere sopravvissuto.
UTIC (unità di terapia intensiva cardiologica): analizziamo meglio alcuni particolari, molti dei quali saranno simili nelle varie terapie intensive di tutta Italia (meglio di quelle del Burundi e della Corea del nord, credo, peggio di quelle di Danimarca e Svezia, credo). Innanzi tutto quando entri in una terapia intensiva diventi un numero; non sei più la signora X o il signor Y, ma 11, 12, 13…Suppongo sia per velocizzare le cose e quindi è facilmente accettabile. Quello che non lo è, sempre secondo me, è la tragica confidenza che tutti gli addetti si prendono con te: quando non sei 11, sei Antonella, Fernando, Ugo. Questi tre esseri umani, sono nudi, pieni di cannule, totalmente dipendenti dagli infermieri, dalle macchine, dai dottori: ma sono pur sempre uomini, dotati della loro dignità. C’è anche Clara, una adorabile vecchina, la 17, che se ne sta tutto il giorno al telefono a rassicurare amici e parenti sul suo stato di salute, nonostante sia pessimo, fa progetti per il futuro, soggiorni a casa di Elsa e riposo in campagna: fantastica Clara! Si scusa ogni qual volta ha bisogno di qualcosa, come fosse un’ospite che chiede più del dovuto. Potrebbe essere Clara, una grande scienziata, una diplomatica in pensione, ma anche più semplicemente la sig.ra Clara De Rossi; la sua umanità comunque diventa un numero e lei, inesorabilmente, Clara. Non quindi la signora De Rossi (be’, non esageriamo!) ma nemmeno la signora Clara: Clara e basta, quando – se non peggio – tesoro, chicchia. Tesoro, chicchia?! Una fantolina da rigirare, pulire e nutrire: un essere-base tornato agli esordi che incute tenerezza. Ugo, no. Ugo SCASSA. A Ugo vengono legati i piedi, poi sciolti da un’infermiera gentile. Ugo è “Ugo il rompipalle”. Nessuno lo chiama “tesoro”. Ma la demenza senile è una questione seria: se Ugo vuole andare a ballare, va tenuto in considerazione che è la sua unica via d’uscita. La sua mente sostituisce al martirio della malattia, l’amenità di una sala da ballo, la musica che lo trascina, il volteggiare con la sua amata. Ugo il rompipalle quindi, è tale perché demente; non viceversa.
Ma veniamo alla degenza: è una vittoria, quando ti danno da mangiare, finalmente. Cibo: non date a questo nome, il significato che gli diamo di solito. Cibo qui è poltiglia. Le dosi sono per colibrì. Ma hai talmente fame che butteresti giù qualsiasi cosa: poltiglia di fagiolini, poltiglia di pastina, poltiglia di cotoletta.
Se il cibo è una vittoria, quando ti fanno sedere sul letto è persino una conquista; mettere i piedi per terra? La nascita di un impero.
E per finire veniamo ai dottori: la dottoressa che mi ha operato è partita subito per le ferie. Ho visto ogni giorno e ogni notte un dottore diverso che non aveva nessuna voglia di comunicarti notizie sul tuo stato di salute. Tu chiedevi, ma sparivano; ogni tanto, qualche nozione vagante. “Ha i globuli bianchi a 18.000, non è normale”, ecco. “Sì, vedo che ha continui extrasistoli” quindi?
Ma il bello si è verificato il giorno delle dimissioni. Prima di tutto come si fa a dimettere i pazienti direttamente dalla terapia intensiva e mandarli a casa? Non esiste un reparto di cardiologia, non è previsto iniziare una riabilitazione? Pare di no. Tutto adibito a covid? Boh. Mi dico, finalmente avrò spiegazioni dettagliate. Arriva il medico che mi consegna dei fogli e mi comunica la data della visita di controllo. Anche lui, mai visto prima. Chiedo che mi si spieghi nel dettaglio il decorso della mia patologia e cosa devo fare in questo mese. C’è un foglio di indicazioni, dice lui. Poi mi guarda con un sogghigno e mi chiede: ma lei lo sa cosa le è successo? No, questo è troppo. Io non sono Ugo, non sono affetta da demenza senile, so bene cosa mi è successo ma sei tu che devi spiegarmi i particolari, anche se non ne hai voglia.
Ma è inutile litigare se hai appena avuto un infarto, ti fa pure male. Allora lo guardo negli occhi e gli rispondo: certo che lo so, sono stata ricoverata per un aneurisma intestinale, mi hanno operato alla cistifellea e adesso mi dica dov’è la maternità che passo a prendere mio figlio partorito l’altro ieri. Lui mi guarda attonito; gli strappo i fogli di mano e mi sistemo sulla lettiga della Croce Rossa che mi riporterà a casa.
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